Villa Verlato a Piovene Rocchette (VI)

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a cura dell' Arch. Renzo Priante
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Villa Verlato a Piovene Rocchette (VI)

 

A fianco del “Castello degli spiriti“, al numero 3 della mappa sopra segnata, vi è uno dei più bei palazzi di Piovene Rocchette. E’ un’elegante villa cinquecentesca.
Vi si accede da via Libertà attraverso un portale ed è lì sulla sinistra, adiacente alle rovine di Villa Fraccaroli.

La facciata è caratterizzata da un lungo porticato al piano terra con semplici colonne tuscaniche portanti archi a tutto sesto.
La facciata è leggermente asimmetrica dato che il poggiolo e le finestre al piano primo sono disassate rispetto al porticato del piano inferiore, come se i due piani fossero stati costruiti in momenti diversi seguendo logiche differenti. Ed effettivamente questa villa ha…

… una storia antica

XVI secolo

Il primo documento che parla di questa villa risale al 1544, si tratta del Balanzon (1) del Vicariato di Schio. Descrive una casa in contrada Gregorij e appartiene agli eredi di  Domenico Verlato:

“una casa da muro dopo et solari con corte orto e brolo ed un poco de ripa in tutto un quarto con tezza da coppo de cassi quattro in dette pertinenze in contrà di Grigori appresso li eredi de Valente de Gregorij et li eredi de Zanmaria Mozzo“.

Ha un valore di 70 ducati. Allora la proprietà era composta di 4 vani, casa, orto e cortile (1).

Nel 1563 la proprietà viene ampliata con l’aggiunta di una casa nuova con fienile a due “cassi“ (vani). La proprietà aumenta il proprio valore di 50 ducati.

La data del 1567 è scritta sul camino del salone al primo piano della Villa ed è stata scoperta in occasione dell’ultimo intervento. Possiamo dunque ipotizzare che la villa sia stata costruita nel 1563 e affrescata negli anni successivi.

Villa Verlato in una mappa del 1606 (Tesi di Laurea Sala-Cavedon)

 

XVII secolo

Non si hanno notizie di eventuali interventi di ampliamento o rifacimento. Nel 1665 si ha notizia che i proprietari appartengono alla famiglia Verlato, si tratta di Nicolò assieme ai fratelli Bernardino e Giacomo figli di Sertorio. La proprietà è definita

“una casa dominicale in contro della Gregorij, si chiama Casa Verlata“.

XIX secolo

Mancano documenti relativi a tutto il settecento. Nel 1809 la proprietà è ancora della famiglia Verlato, ora si tratta di Carlo Uberto quondam (figlio del fu) Scipione. E’ censita nel sommarione del Catasto Napoleonico come

“casa grande con adiacenze, casa da boari e due mediane, ortolivo vacuo e cortile grande“.

La proprietà appare aumentata (oppure frammentata) alla casa padronale si aggiunge una casa da boari (colonica) e due case (forse appartamentini).

Nella mappa del 1830-32 il disegno è molto più accurato, la proprietà è indicata con il n. 610 e viene indicata come

“casa in parte colonica“.

La barchessa appare più grande rispetto al 1809, forse la barchessa è stata ampliata con la parte a doppia altezza. La proprietà è ancora della famiglia Verlato

(“Fraccaroli Alessandro q. (quondam = del fu) Santo e Verlato Lucia q. Carlo alberto, Conjugi“)

ma il matrimonio di Lucia Verlato con un Fraccaroli indicano il prossimo passaggio di proprietà. Nel 1842 Lucia Verlato fa testamento e il 21 giugno 1850 la proprietà passa a Fraccaroli Alessandro e alla figlia Paolina Carlotta che diverrà unica proprietaria l’anno dopo.

Mappa catasto austriaco 1830

La villa

La villa è sottoposta a vincolo del Ministero dei Beni e Attività Culturali per la sua importanza.

Il prospetto principale, pur nella sua rusticità e nelle asimmetrie rilevabili nell’ordine inferiore, si riallaccia alla tipologia della casa rurale veneta del tardo quattrocento con il porticato che serviva a ricevere e a mettere al riparo i prodotti della terra. Esempi analoghi a quelli in esame, sia hanno nelle ville Corner Dall’Aglio ora Gabbianelli a Lughignano di Casale sul Sile e Loredan a Posmon (TV).

Ai sensi di quanto espresso costituendo il complesso architettonico una porzione significativa ed essenziale del Comune di Piovene Rocchette e caratterizzando esso un’immagine architettonica di pubblico interesse, si ritiene di sottoporlo alla tutela monumentale ai sensi della legge 1 giugno 1939 numero 1089.

(Relazione storico-artistica del decreto di vincolo)

Villa Verlato nel 1980 prima che una ristrutturazione troppo pesante alterasse la barchessa che compare sulla destra

E’ anche schedata tra le ville venete di particolare interesse provinciale dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. La scheda descrittiva si può leggere a pag. 137 di questo documento:

http://www.provincia.vicenza.it/docurbanistica/d_RelazioniElaborati/d02_NormeTecniche/Allegati/Allegato_A_Schede_Cisa.pdf

 

Un’antica giasàra

Sul retro della villa un arco in pietra introduce ad una grotta scavata nel monte. Si tratta di un’antica giasàra, ovvero una ghiacciaia, un luogo fresco dove d’inverno si accumulava neve e ghiaccio che così duravano fino all’estate. Qui venivano riposti i generi alimentari perché non si alterassero.

Ghiacciaia di Casa Verlato

Nel concio di chiave vi è incisa la seguente sequenza di lettere

MDCICVIII
C O V
F I

La data non è facilmente interpretabile; la “I” centrale è anomala: per avere senso dovrebbe essere “X” e la data incisa sarebbe il 1698. Potrebbe anche trattarsi del 1708.

Per quanto riguarda le lettere sottostanti la dott.ssa Margaret Binotto propone di interpretare

  • C = Comes
  • V = Verlato
  • F = Fecit

Resta il dubbio sulle altre lettere.

 

La villa è anche interessante per gli affreschi che contiene.

 

Affreschi

Villa Verlato non è immobile di pregio solo per la bellezza e vetustà architettonica, ma per il ciclo di affreschi che andremo a illustrare.

Come già detto gli affreschi risalgono agli ultimi anni del 1500 e sono stati probabilmente dipinti negli anni immediatamente successivi alla costruzione della villa padronale, nel 1563; lo testimonierebbe la data (1567) scritta sul caminetto del salone del primo piano emersa in una recente pulitura.

Il porticato e due sale al piano terreno sono attribuiti alla bottega di Giambattista Zelotti (Verona 1526 – Mantova 1578) pittore che partecipò alla decorazioni delle più importanti ville venete tra le quali la villa di Lonedo del Palladio, villa Emo, la Malcontenta, … (3)

Gli affreschi ornano il portico d’ingresso e le stanze interne. Vediamone la mappa traendola dalla tesi di laurea citata (4).

Posizione degli affreschi

“La loggia porticata di Villa Velato è arricchita da una decorazione ad affresco che si dipana lungo la sommità della muratura. Partendo dall’angolo sud della parete orientale un fregio, sormontato da una semplice cornice a mensole in prospettiva, corre lungo la parete meridionale, quella occidentale e quella settentrionale, fino a raggiungere il margine nord di quella orientale. La decorazione prosegue poi al di sopra delle archeggiature simulando una loro realizzazione in pietra. Il fregio è scandito da regolari aggetti in prospettiva, seguiti anche dalla cornice, su cui sono dipinti dei cartigli con stemmi nobiliari. Questi aggetti si alternano a decorazioni vegetali e floreali poste ai lati di altri cartigli contenenti raffigurazioni di scene bibliche. Il fregio è interrotto tre volte : al centro della parete meridionale dalla cornice di una finestra che lo ricopre parzialmente, nei pressi della metà della parete occidentale da una vasta lacuna e al centro della parete settentrionale dall’ampio arco che in essa si apre.”

Il porticato – foto del 1996

Nell’angolo nord-orientale il pessimo stato di conservazione non ne rende leggibili che alcune tracce; analogamente, la decorazione al di sopra delle archeggiature risulta più che altro intuibile.

Le scene che si possono osservare nei cartigli sono undici, inscritte in ottagoni allungati e tratte dal libro della Genesi.

  • All’angolo sud della parete orientale si trova Il peccato originale
  • Passando alla parete meridionale, sulla sinistra abbiamo raffigurata La cacciata dal paradiso terrestre .
  • La terza scena ci presenta un paesaggio con in primo piano due figure sedute, di tre quarti rispetto a chi osserva, il cattivo stato di conservazione, però, rende difficile la lettura della testa della figura di destra, rendendo ambigua l’interpretazione dell’affresco, che comunque dovrebbe rappresentare Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden.
  • La prima scena della parete occidentale ritrae L’uccisione di Abele da parte di Caino.
  • La seconda raffigurazione, quinta del ciclo, presenta l’Arca di Noè, mentre la scena successiva rappresenta l’ebbrezza di Noè.
  • La sesta immagine rappresenta la costruzione della Torre di Babele.
  • La settima scena è di identificazione più dubbia. In primo piano abbiamo tre figure: sulla sinistra un uomo in piedi e, di profilo sulla destra, altri due personaggi seduti sostano su di una pavimentazione a scacchiera in prospettiva centrale, mentre dietro alle figure sedute di scorcio è dipinta una casa. Sullo sfondo un paesaggio con all’orizzonte il sole. La scena potrebbe essere l’annuncio della nascita di Isacco o l’annuncio a Lot e alla moglie della distruzione di Sodoma e Gomorra. Forse la seconda interpretazione risulta più adeguata in quanto la pavimentazione e la casa denotano uno spazio costruito e quindi una città, piuttosto del paesaggio agreste che dovrebbe circondare Sara ed Abramo all’annuncio della nascita del figlio.
  • All’estremità nord della parete occidentale troviamo quindi rappresentati Lot e le figlie che fuggono da Sodoma e Gomorra in fiamme.
  • Sulla parete nord, a destra dell’arco, è dipinta la decima scena: si tratta del sacrificio di Isacco e si trova in cattivo stato di conservazione. Questa è l’ultima scena leggibile del fregio: la raffigurazione a destra dell’arco della parete nord è infatti in pessimo stato di conservazione.

La prima sala a sinistra del piano terreno presenta sulle pareti tracce cospicue di un ciclo di affreschi databile all’ottavo decennio del 1500.

La decorazione è incorniciata in una orditura architettonica e ogni parete è a trompe l’oeil ovvero si raffigura uno spazio esterno come se quella cornice fosse una finestra. La sua decorazione segue una moda ampiamente diffusasi nelle provincie venete a partire dalla metà del ‘500 e inaugurata nella villa Priuli a Treville da Giuseppe Porta detto il Salviati e continuata negli affreschi di Zelotti e Fasolo al Castello Colleoni di Thiene, nelle decorazioni zelottesche di Villa Godi a Lugo Vicentino.

Decorazioni del portico e delle stanze posteriori sono attribuite a mani diverse.

Venere e Adone

 

L’insufficienza di documentazione ci impedisce di descrivere le altre stanze.

 

La famiglia Verlato

Il nome VERLATO è legato alla cittadina di Villaverla, in provincia di Vicenza. Nell’aprile del 1004, dicono gli storici vicentini, l’imperatore Enrico II (ultimo esponente della dinastia Sassone) dalla Germania scese in Italia per far valere la sua autorità e preparare il terreno per la sua incoronazione imperiale. Al seguito dell’imperatore c’era il Capitano Giovanni Verla, originario della città di Verla in Sassonia (nei pressi dell’odierna Werlaburgdorf). Egli fissò la sua dimora in in provincia di Vicenza, nei decenni successivi la località venne chiamata Villa Verlaria, e più tardi Villaverla.

“nel 1004 gli Verlati vennero di Baviera con Giovanni Verla sotto Henrico di questo nome primo, & quarto imperatore de’ Germani, & doppo da Corrado secondo Imperatore, & Duca di Baviera furono investiti di molti beni nella villa di Thiene, di Zanè , & di villa Verla, li quali beni poi trà sè divisero, come si contiene nell’istromento delle loro divisioni, il quale è appresso il nobile Bernardino Verlato, & l’hò veduto, & letto “ (B. Pagliarino, “Croniche di Vicenza”, Vicenza 1663

La famiglia dei Verlato acquistò case e terreni in vari comuni della provincia.

Il Mozzi, storico piovenese dell’ottocento, nel suo Il parerga ossia memorie sacro-profane del piovenese 1882 pagg 43 e 57, parla dello stemma dei Verlato.

“I Verlati o nobilissimi Verla, che improntarono il loro nome in quella fertil pianura, tra Vicenza e Thiene, e sovraposero lo stemma dei cinque marasconi (Dio sa perchè!) nei palazzi che fecero erigere per comodità e grandezza a Villa-Verla, a Piovene e altrove“

Come si vede nella foto sottostante il Mozzi ricordava male lo stemma, le marasche sono 6.

Stemma della famiglia Verlato

 

Ecco la Genealogia della famiglia Verlato presa da uno studio della dott.ssa Margaret Binotto (fattami avere dall’arch. Pino Toniolo)

 

La famiglia Loschi

Nel porticato è rappresentato un altro stemma che è attribuibile alla famiglia Loschi. Consultiamo il libro: S. Rumor, Il blasone vicentino descritto e storicamente illustrato, Venezia, Visentini 1899 pag 103, Biblioteca di Schio.

Descrive lo stemma della famiglia Loschi come segue

“D’oro, alla fascia di rosso caricata di tre gigli d’argento all’aquila di nero…“.

Come quello che appare nel porticato di villa Verlato.

Stemma famiglia Loschi

Non sappiamo perché lo stemma Loschi appaia all’ingresso della villa dei Verlato.

I Loschi sono

“famiglia antica ed illustre. Ascritta al Consiglio Nobile di Vicenza”

dice il Rumor e prosegue:

«Nel 1510 aveva 16 posti. Era aggregata pure al nobile Collegio dei Giudici. L’Imperator Sigismondo, Re de’ Romani e d’Ungheria, concedeva ad Antonio Loschi e a tutti i suoi discendenti maschi, con diploma segnato a Buda in data 22 agosto 1426, il titolo di Conte del Sacro Palazzo Lateranense. Nel 1557 poi Lodovico Pico Signore della Mirandola e della Concordia ammetteva la famiglia Loschi alla nobiltà. della sua illustre Casa, e dai Re di Francia avea il privilegio d’inquartare lo stemma con i Gigli. Fu confermata con Sovrane Risoluzioni 11 marzo 1820, 29 settembre 1824 e 2 giugno 1829. Sí estinse nel 1848 con Luigi Loschi, che lasciò eredi della sua cospicua sostanza la moglie Drusilla dal Verme e il nipote conte Camillo Zileri dal Verme degli Obizzi, cui alla morte di Drusilla pervenne l’intera sostanza.»

 

NOTE:

(1) Nel 1544-’46, la Repubblica di Venezia ordina un Estimo Balanzon per ogni “Vicariato” per scopi scali e le relazioni degli incaricati “estimatori”. Si tratta di un elenco dei beni presenti nei comuni del vicariato, dei possessori e della stima del loro valore .

(2) La documentazione su villa Verlato è presa dalla tesi di laurea degli architetti Marcella Sala e Luca Cavedon:

PROGETTO PER IL RECUPERO DEL RUDERE DI PALAZZO FRACCAROLI E DI VILLA VERLATO A PIOVENE ROCCHETTE.

Anno Accademico 1996-97 relatore arch. Patrizia Paganuzzi. Importante anche la relazione storico artistica della dott. Margaret Binotto scritta in occasione dell’apposizione del Vincolo (vedasi l’APPENDICE 2 in fondo all’articolo)

(3) G. Pavanello e Vincenzo Mancini, Gli affreschi nelle ville Venete – Il Cinquecento, pag. 111 vedi blibliografia.

(4) La documentazione su villa Verlato è presa dalla tesi di laurea degli architetti Marcella Sala e Luca Cavedon vedi bibliografia.

 

Bibliografia

Marcella Sala e Luca Cavedon, PROGETTO PER IL RECUPERO DEL RUDERE DI PALAZZO FRACCAROLI E DI VILLA VERLATO A PIOVENE ROCCHETTE. Anno Accademico 1996-97 relatore arch. Patrizia Paganuzzi.
Margaret Binotto, Relazione storico architettonica artistica, 15 marzo 1990
G. Pavanello e Vincenzo Mancini, Gli affreschi nelle ville Venete – Il Cinquecento, Marsilio editori 2008. Di Villa Verlato si parla a pag. 111. Il libro è consultabile anche all’indirizzo https://apeiron.iulm.it/retrieve/handle/10808/1570/5876/000183829.pdf
Dentro le ville venete, un nuovo sguardo, reperibile all’indirizzo: https://www.libreriauniversitaria.it/dentro-ville-venete-nuovo-sguardo/libro/9788863222487
B. Bressan, I Monumenti d’architettura vicentini disposti per epoche con brevi notizie storiche sullo stile e sull’architetto, Biblioteca Bertoliana Vicenza, Gonz. 24.10.23
G. Maccà, Storia del territorio Vicentino, Caldogno 1814, Tomo XI p. II, p. 228
F. Passuello N. Panozzo, Piovene Rocchette, Cenni storici, Piovene 1977, pag. 65-66

Appendice 1

Ecco la descrizione completa degli affreschi tratta dalla tesi di laurea citata e riportata integralmente nel libro di Pavanello a Mancini Gli affreschi nelle ville Venete Il Cinquecento.

Loggia porticata

La loggia porticata di Villa Verlato è arricchita da una decorazione ad affresco che si dipana lungo la sommità della muratura. Partendo dall’angolo sud della parete orientale un fregio, sormontato da una semplice cornice a mensole in prospettiva, corre lungo la parete meridionale, quella occidentale e quella settentrionale, fino a raggiungere il margine nord di quella orientale. La decorazione prosegue poi al di sopra delle archeggiature simulando una loro realizzazione in pietra. Il fregio è scandito da regolari aggetti in prospettiva, seguiti anche dalla cornice, su cui sono dipinti dei cartigli con stemmi nobiliari. Questi aggetti si alternano a decorazioni vegetali e floreali poste ai lati di altri cartigli contenenti raffigurazioni di scene bibliche. Il fregio è interrotto tre volte: al centro della parete meridionale dalla cornice di una finestra che lo ricopre parzialmente, nei pressi della metà della parete occidentale da una vasta lacuna e al centro della parete settentrionale dall’ampio arco che in essa si apre

Nell’angolo nord-orientale il pessimo stato di conservazione non ne rende leggibili che alcune tracce analogamente, la decorazione al di sopra delle archeggiature risulta più che altro intuibile. Le scene che si possono osservare nei cartigli sono undici, inscritte in ottagoni allungati e tratte dal libro della Genesi. All’angolo sud della parete orientale si trova Il peccato originale. Passando alla parete meridionale, sulla sinistra abbiamo raffigurata La cacciata dal paradiso terrestre. La terza scena ci presenta un paesaggio con in primo piano due figure sedute, di tre quarti rispetto a chi osserva, il cattivo stato di conservazione, però, rende difficile la lettura della testa della figura di destra, rendendo ambigua l’interpretazione dell’affresco, che comunque dovrebbe rappresentare Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden. La prima scena della parete occidentale ritrae l’uccisione di Abele da parte di Caino. La seconda raffigurazione, quinta del ciclo, presenta l’Arca di Noè, mentre la scena successiva rappresenta l’ebbrezza di Noè. La sesta immagine rappresenta la costruzione della Torre di Babele. La settima scena è di identificazione più dubbia. In primo piano abbiamo tre figure: sulla sinistra un uomo in piedi e, di profilo sulla destra, altri due personaggi seduti esse sostano su di una pavimentazione a scacchiera in prospettiva centrale, mentre dietro alle figure sedute di scorcio è dipinta una casa. Sullo sfondo un paesaggio con all’orizzonte il sole. La scena potrebbe essere l’annuncio della nascita di Isacco o l’annuncio a Lot e alla moglie della distruzione di Sodoma e Gomorra. Forse la seconda interpretazione risulta più adeguata in quanto la pavimentazione e la casa denotano uno spazio costruito e quindi una città, piuttosto del paesaggio agreste che dovrebbe circondare Sara ed Abramo all’annuncio della nascita del figlio. All’estremità nord della parete occidentale troviamo quindi rappresentati Lot e le figlie che fuggono da Sodoma e Gomorra in fiamme. Sulla parete nord, a destra dell’arco, è dipinta la decima scena: si tratta del sacrificio di Isacco e si trova in cattivo stato di conservazione. Questa è l’ultima scena leggibile del fregio: la raffigurazione a destra dell’arco della parete nord è infatti in pessimo stato di conservazione.

Gli stemmi: 6 marasche per la famiglia Verlato, gigli bianchi per la famiglia Loschi.

L’angolo nord della parete orientale non presenta alcuna scena ma solamente raffigurazioni vegetali, di cui rimangono oramai solo alcuni lacerti. Come già ricordato, alle scene fin qui descritte si alternano altre immagini, alcune delle quali contengono degli stemmi nobiliari. Essi dovrebbero essere cinque, ma una vasta lacuna deturpa il fregio in questa parete, proprio in corrispondenza della posizione in cui si dovrebbe trovare uno di essi. In questi cartigli troviamo, alternati due tipi diversi di emblemi. Ai margini ed al centro della parete è rappresentato un campo bianco con sei ciliegie. Lo stemma a sinistra rispetto a quello centrale, invece, presenta un campo giallo solcato a metà da una banda orizzontale rossa sulla quale si trovano dei gigli grigio-bianchi e che è sormontata da un’aquila nera. Per ragioni di simmetria si può supporre che l’emblema andato perduto fosse uguale a quest’ultimo. Gli stemmi con le ciliegie sono quelli che avevano più importanza per gli abitanti della Villa, non solo perché il loro numero è maggiore, ma anche perché uno di loro è posto in posizione centrale, in asse con la porta che da accesso al salone centrale dell’edificio e con quella che collega il portico al giardino. L’emblema è quasi sicuramente quello della famiglia Verlato, come spiega anche il Mozzi nella sua raccolta di scritti su Piovene [5]. L’altro stemma, invece, dovrebbe appartenere alla famiglia Loschi, nobile e molto importante, a cui forse i Verlato si trovavano in qualche modo legati. Per quanto riguarda la conformazione dei cartigli, essi presentano tutti delle cornici arricciate. In quelli che contengono le scene bibliche, fra gli arricci, ai quattro punti cardinali, si trovano raffigurate delle piccole teste: a nord e a sud sono umane mentre ad est e ad ovest sono di satiro. Gli stemmi presentano solamente le teste umane a nord e a sud. Ai cartigli sono allacciati dei nastri azzurri che sostengono dei festoni con foglie frutti e fiori, collocati sulle parti non aggettanti del fregio, ai lati delle scene bibliche.

Le sale al piano terra

All’interno delle tre sale al piano terra compaiono cospicue tracce di un secondo ciclo di affreschi. Nella prima stanza a sinistra, sulla parete settentrionale, ai lati della porta che in centro ad essa si apre, due grandi cariatidi dipinte a monocromo sostengono un’accuratissima trabeazione corinzia, perfettamente leggibile lungo tutta la parete est e in tratti di quelle nord e sud, mentre al di sopra di essa, fra le travi, vi è una serie di teste di leoni. A fianco delle cariatidi si aprono due ampie prospettive: a sinistra sono attualmente leggibili solo i rami di un albero ed un cielo azzurro mentre, a destra, vi è una grande scena ad argomento mitologico. Sopra della porta c’è la raffigurazione di una Sacra famiglia. Agli angoli della stanza si possono osservare i lacerti di fasce verticali sulle quali si intrecciano alcuni strumenti musicali, mentre ulteriori frammenti di cariatidi e di altre scene con personaggi abbigliati all’antica traspaiono su tutte le pareti della sala. Anche nella stanza centrale vi è la presenza di un fregio architettonico classico, ornato da pannelli contenenti scene di vita agreste, stemmi ed altre decorazioni, tra le quali un busto in monocromo.

Tracce di ulteriori motivi architettonici sono infine riscontrabili nella stanza di destra e nella lunga sala al piano superiore. Da quanto è stato fin qui esaminato si evince che siamo in presenza di un ciclo pittorico simile a quelli riscontrabili in molte ville delle provincie venete della seconda metà del cinquecento. Un analogo gusto di ornare le stanze con orditure architettoniche inquadranti paesaggi con episodi mitologici e scene di vita agreste si manifesta infatti nelle vicine Villa Colleoni- Da Porto a Thiene e Villa Godi a Lonedo, così come in Villa Emo a Fanzolo e Villa Barbaro a Maser, si può quindi collocare la datazione di questo ciclo fra il settimo e l’ottavo decennio del XVI secolo. Il tema, tranne le scene rappresentate all’interno dei cartigli e delle formelle, è molto simile a quello della loggia ma appare qui più sicuro nelle forme e nei chiaroscuri, più classico e nello stesso tempo più festoso. Si tratta evidentemente di mani diverse legate, probabilmente, anche a momenti diversi. E’ molto probabilmente un autore locale minore quello che viene incaricato dai Verlato per completare i dipinti di quella che ormai, grazie agli affreschi che già contiene si può chiamare “Villa”. Egli dipinge il portico attingendo liberamente ai motivi che può osservare nelle sale, inserendoli in una intelaiatura architettonica meno erudita ma che comunque ben si adatta all’ambiente che si intende ornare.

[5] Mozzi, E., Il Parerga, ossia memorie sacro-profane del piovenese, Padova, Giammartini, 1882

 

APPENDICE 2

Decreto di Vincolo della Soprintendenza per i Beni Culturali

Il Ministro Segretario di Stato per i Beni Culturali e Ambientali

PIOVENE ROCCHETTE (VI)

Casa Verlato ora Filippi Chiappin

Relazione storico-artistica

Il complesso denominato Casa Verlato, ora Filippi Chiappin, sito a Piovene Rocchette invia Libertà, è costituito da due edifici contigui, dei quali è documentata l’esistenza sin dal secolo XVI.

L’edificio principale, il cui primo impianto risale al tardo quattrocento, è caratterizzato da una pianta pressoché quadrangolare a due ampie falde asimmetriche con pendenze diverse; si sviluppa su due piani: al pianterreno si apre un ampio spazio porticato a sei archi a pieno centro sostenuti da sobrie colonne di ordine tuscanico, che scava il compatto volume in corrispondenza del lato lungo ad est.

Struttura verticale è costituita da murature perimetrali e di spina in pietrame misto di notevole spessore; la struttura orizzontale da solai di piano e di copertura in legno.

Lo spazio interno del piano terra è suddiviso dai muri di spina in tre stanze che affacciano direttamente sul porticato antistante; nelle pareti interne di una delle stanze ci sono tracce cospicue io un ciclo di affreschi databile all’ottavo decennio del XVI secolo; alla sommità delle pareti del portico corre un fregio ad affresco con scene bibliche che può essere datato anch’esso alla fine del secolo XVI.

Al piano primo si accede dall’originaria scala che si trova all’interno del corpo di fabbrica contiguo; il vano scala arriva ad un corridoio su cui si affacciano simmetricamente disposte sei stanze.

La facciata, divisa orizzontalmente in due ordini da una semplice fascia aggettante, presenta al piano terra un porticato aperto con sei archi a tutto sesto; all’ordine superiore, accanto ad una porta-finestra con balcone in ferro battuto, compaiono quattro finestre simmetricamente disposte.

Un’altra modanatura piatta, leggermente sporgente, sottolinea l’attacco della copertura dell’edificio.

Il prospetto principale, pur nella sua rusticità e nelle asimmetrie rilevabili nell’ordine inferiore, si riallaccia alla tipologia della casa rurale veneta del tardo quattrocento con il porticato che serviva a ricevere e a mettere al riparo i prodotti della terra. Esempi analoghi a quelli in esame, sia hanno nelle ville Corner Dall’Aglio ora Gabbianelli a Lughignano di Casale sul Sile e Loredan a Posmon (TV).

Nel lato settentrionale la casa comunica con l’edificio adiacente con un ampio arco a tutto sesto, sorretto da due semicolonne toscaniche di fattura uguale a quelle del porticato. Sopra di esso ci sono, in asse verticale, altre due finestre con cornici in pietra.

Nella parte più posteriore ad ovest la disposizione delle finestre è relativamente più regolare con una doppia sequenza di sei aperture di forma rettangolare al pianterreno e di altrettante finestre pressoché quadrate al primo piano.

L’edificio adiacente a quello padronale, che un tempo costituiva l’annesso rustico, risale anch’esso al XVI secolo ed è stato di recente pesantemente ristrutturato.

Ai sensi di quanto espresso costituendo il complesso architettonico una porzione significativa ed essenziale del Comune di Piovene Rocchette e caratterizzando esso un’immagine architettonica di pubblico interesse, si ritiene di sottoporlo alla tutela monumentale ai sensi della legge 1 giugno 1939 numero 1089.

 

 

Aggiornamento dell’autore, Arch. Renzo Priante:

Villa Verlato oggi

Arrivo davanti alla loggia un pomeriggio con il cielo nuvoloso. Non è la giornata ideale per fare foto, ma almeno la luce è più uniforme e usando un cavalletto basta allungare il tempo di esposizione.

Mirella mi accoglie, è gentile e interessata. Parla velocemente e mi dà un sacco di notizie sulla villa e sugli affreschi. Notizie interessanti e paragoni con villa Emo a Fanzolo del Palladio, si sofferma sui lacerti di pitture, sulle partizioni tra una scena e l’altra. D’altronde Mirella è del mestiere, insegna Storia dell’arte ed è stata proprio lei vent’anni fa, quando era assessore alla cultura di Piovene Rocchette, a promuovere delle passeggiate culturali per il comune. Lì ho conosciuto per la prima volta la meraviglia di Villa Verlato. E’ anche imparentata con gli attuali e i precedenti proprietari, ha seguito la pratica con cui la villa è stata segnalata alla Soprintendenza per i beni culturali, conosce molti aneddoti di storia recente. Insomma è una guida insostituibile.

E’ una villa?

Entriamo e visitiamo le tre grandi stanze del piano terra che si affacciano sul portico. Ha tre stanze molto grandi (oltre 6mx8m) con grandi finestre sul retro. Hanno pianta irregolare con pareti sghembe e comunicano tra loro. Sulla parete verso il monte dei caminetti molto grandi.

Posizione degli affreschi

E la scala dov’è?

Le scale nel ‘500 ancora non avevano l’importanza che assumeranno nel secolo successivo quando diventeranno importante elemento scenografico. Lo stesso Palladio a Palazzo Chiericati le racchiude all’interno di vani chiusi e nella più famosa delle sue ville, villa Capra detta La Rotonda, addirittura le scale sono confinate all’interno di piccole nicchie, scale di servizio dunque e poca concessione alla scenografia. Che anche qui le scale siano nella barchessa adiacente non stupisce e che lo fossero anche nel 1500 è probabile.

 

stanza di raccordo con la barchessa

Dove sono le stanze di servizio, la cucina e la dispensa?

Insomma, questo è un bel palazzetto ma non sembra una villa vera e propria, sembra l’adattamento nobile di una dimora di campagna. Io e Mirella proviamo ad azzardare un’ipotesi.

Siamo nel 1500

E’ certo che ci fosse una dimora preesistente nel 1544 e forse prima, poi ampliata nel 1563 e probabilmente completata con pitture nel 1567 (data incisa sulla pietra del camino al piano primo).

La famiglia Verlato possedeva vasti terreni in zona, allora l’area a sud fino all’attuale “bivio” era tutta libera e tutta in proprietà.

Andrea Palladio

In quegli anni Andrea Palladio ha fatto una rivoluzione, ha mostrato come si potessero fare dimore di campagna di aspetto signorile. Non è cosa da poco perché allora la rendita delle famiglie nobili si basava sempre meno sul commercio (1) e sempre più sui frutti della terra.

Era importante per il nobile avere un controllo sulla conduzione dei fondi, sugli affitti, sulla veridicità dei racconti dei contadini che lamentavano raccolti scarsi per ridurre la quota di spettanza del proprietario. Ed ecco che invece di veloci viaggi lungo strade fangose per visitare i fondi, si prende l’abitudine di soffermarsi in campagna o addirittura di soggiornarvi durante l’estate.

Il Palladio intercetta questa domanda e costruisce dimore nobili unendo il bello e l’utile.

Da un secolo si studiava l’architettura dell’antichità che era considerata molto superiore a quella dei tempi moderni (cioè del XV-XVI secolo). Nel Cinquecento studio dell’antico si è così perfezionato (2) che si è in grado di conoscere gli stilemi dell’architettura antica e Palladio è quello che più di altri è in grado di riutilizzare i vari elementi dell’antichità (logge, timpani, finestre termali, …) per costruzioni che avevano funzione pratica e non solo rappresentativa. Progetta utilizzando le proporzioni desunte dagli antichi e questo conferisce un aspetto nobile anche alla più semplice delle sue costruzioni.

Nelle ville del Palladio il porticato serviva per feste, ma anche per i carri agricoli, i fienili stanno a fianco delle camere dei nobili. Essendo stato prima capomastro è abilissimo nell’usare i materiali e, se richiesto, può evitare la pietra e costruire splendide colonne con semplici mattoni, sa risparmiare sul marmo perché il suo cocciopesto rivestito di grassello misto a polvere di pietra imita il marmo alla perfezione.

Nel 1567, il Palladio aveva costruito la grande maggioranza delle ville che lo renderanno famoso. Tra queste ci sono ville ricche e affrescate in modo maestoso come Villa Godi a Lonedo, Villa Barbaro a Maser, villa Emo a Fanzolo, ricca di nobili affreschi, ecc. Accanto a tali meraviglie aveva costruito edifici più spartani come villa Gazzotti a Bertesina (1542), villa Arnaldi di Sarego (1547) incompiuta, semplici ma dignitose dimore di campagna.

Lo spirito dei tempi

E’ probabile che la famiglia Verlato conoscesse l’opera di questo architetto vicentino, probabilmente aveva soggiornato in qualcuna delle ville da lui progettate ed è così, ipotizziamo, che era nato il desiderio di mostrare la ricchezza della famiglia, di non sfigurare rispetto agli altri nobili.

Allora l’edificio doveva già essere sistemato e soprelevato visto che la data del 1567 compare al piano primo e che gli affreschi del portico rivestono anche la parete interna della facciata. Sicuramente non hanno chiamato nessun architetto per abbellire la casa, si sono fidati di qualche capomastro che conosceva la pietra e gli archi a tutto sesto, ma non conosceva le proporzioni.

La prova? Guardate la facciata. Non può non colpire la bellezza e la regolarità della parte inferiore e anche la simmetria della parte superiore, ma quando le mettiamo assieme, vediamo che la simmetria e le regolarità entrano in conflitto: il poggiolo avrebbe dovuto coincidere con l’ingresso, seppur sfalsato rispetto alla mezzeria (asse arancione), oppure essere posto esattamente sopra la colonna di mezzo (asse giallo). La soluzione scelta è del tutto casuale e le finestre non hanno nessun allineamento riferito agli archi.

Nonostante l’imperizia del capomastro la facciata ci piace, l’irregolarità delle proporzioni dà un’aria di campagna alla nobiltà delle forme e mostra quanto fosse diffuso il gusto della semplicità anche tra chi non aveva letto i trattati dell’Alberti.

La famiglia Verlato voleva un palazzetto dipinto e riuscì a intercettare non un pittore famoso, ma probabilmente qualcuno che aveva partecipato, come garzone di bottega, ad un ciclo di pitture.

Ne è convinta Margaret Binotto (3), esperta d’arte e ne è convinta anche Mirella Gon che ha visitato più e più volte villa Emo a Fanzolo (TV).

Basta guardare l’unica scena dipinta che si è salvata: Venere e Adone. La disposizione e la posa dei due personaggi è del tutto simile così come la posizione e la direzione della lancia.

Se osserviamo i dettagli, il viso dei protagonisti è interessante e ben delineato, la mano è felice anche se non era appoggiata da una bottega all’altezza. Guardate quanto è deludente il viso e il braccio dell’angelo in basso a sinistra.

Dai un’occhiata alle erme

Meritano attenzione, secondo Mirella, le erme (pilastrini sovrastati da una testa) che segnano il confine tra un quadro dipinto e l’altro. Sono semplici disegni in bianco e nero, ma indicano una mano esperta.

La Pittura nel Veneto

Andiamo in biblioteca e cerchiamo il grande volume dell’Electa sulla pittura Veneta del Cinquecento. La sezione dedicata alla provincia di Vicenza è curata dalla dott.ssa Margaret Binotto, che è stata anche colei che ha steso la relazione di vincolo di Villa Verlato trasmessa alla Soprintendenza.

Leggiamo.

In un piccolo ciclo di affreschi conservato nella casa Verlato a Piovene Rochette, databile al 1567 si riconosce la presenza di due artisti che fecero parte delle maestranze impegnate a villa Godi e villa Emo. Nella stanza a sinistra una serie di Erme, identiche a quelle della stanza delle stagioni di di Lonedo, …

… oggi è chiaramente visibile un unico episodio con Diana che cerca di dissuadere Adone dalla caccia, preso quasi alla lettera dall’analogo episodio raffigurato da Zelotti nella stanza di Venere nella villa di Fanzolo. Dallo stesso ciclo deriva la commistione di di soggetti profani e sacri: … la Vergine con il Bambino e San Giuseppe, reinterpretando la Sacra Famiglia affrescata nella sovrapporta delle stanza delle arti.

Le fisionomie zelottesche nella traduzione del collaboratore perdono la morbidezza dei modelli: una linea insistita sottolinea le sopracciglia, le orbite, i nasi e le bocche carnose. Non è da escludere che in questi affreschi sia intervenuto quel Girolamo Pisani, che lo Scamozzi nel 1615 ricorda come allievo dello Zelotti…

Nella stanza centrale corre un fregio molto rovinato con immagini che ritraggono il lavoro nei campi nelle diverse stagioni…

 

Il fregio dipinto della stanza a sinistra

Fregio decorato nella stanza a sinistra

Fregio decorato nella stanza a sinistra, si intravvede il caminetto fatto costruire dal Caregaro Negrin che ha distrutto parte dell’apparato pittorico. In centro lo stemma della famiglia Loschi e una descrizione del lavoro nei campi

Fregio dipinto nella stanza di mezzo. Si nota una descrizione del lavoro nei campi e il fregio della famiglia Verlato, in parte rovinato

Al piano primo

Sopra la loggia una stanza immensa, grande quanto la loggia sottostante.

Piano primo salone centrale verso il fronte

Alle pareti tracce di antiche pitture quando la stanza era divisa da tramezzi. A guardare bene tra un trave e l’altro si intravvedono resti di decorazioni, non si tratta di pitture analoghe a quelle del piano terra, ma pur sempre segno della nobiltà degli spazi.

Piano primo. Tracce di decorazioni pittoriche in parte alterate durante l’ultimo intervento di sistemazione della copertura

Piano primo. Sulla cappa del camino affiorano patine pittoriche precedenti all’ultima

Ed ecco il camino del piano primo. Sull’architrave la data del 1567 che viene considerata la data di ultimazione di questa villa. Stranamente la scritta non è simmetrica, ma bilanciata verso sinistra.

Piano primo: il caminetto. Dalla finestra di destra si intravvede il muro dell’adiacente villa Fraccaroli

Villa Verlato oggi

Passiamo dunque a rispondere alla domanda del titolo. La villa ha subito un’infinità di vicende non tutte ricostruibili. Alla fine della seconda guerra mondiale era abitata da numerose famiglie che avevano suddiviso il piano primo in corridoi e stanze ognuna di una famiglia diversa.

Poi un po’ alla volta le famiglie se ne sono andate abbandonando la villa. Negli anni ottanta del novecento un intervento pesante alterava le barchesse sul fianco: il porticato veniva abbassato, le splendide colonne monolitiche in pietra di Piovene sono state tagliate per permettere l’abbassamento del porticato. L’immagine di questa porzione di edificio è stata alterata per sempre.

Negli anni novanta del XX secolo è stato fatto un intervento di sistemazione della copertura che ha messo in sicurezza la villa e i dipinti.

Oggi la villa si presenta disabitata, con sottofondi grezzi, tuttavia è preservata dalle infiltrazioni d’acqua. Nel frattempo è passata di proprietà e i nuovi proprietari pur sensibili alla bellezza che possiedono non hanno i mezzi per una vasta campagna di recupero delle parti pittoriche. E’ possibile che, sotto gli strati di colore si celino pitture estese e magari anche di pregio, ma non ne sappiamo nulla in assenza di una seria, lunga e costosa indagine.

Pur nella sua vetustà ci parla ancora di un tempo fausto in cui le case di campagna ospitavano nobili e contadini fianco a fianco e in cui l’arte raggiungeva anche le dimore di campagna.

Speriamo che tutto questo si colga dalle immagini che qui mostriamo.

 

 

NOTE riguardanti l’aggiornamento

(1) La rotta verso oriente con la quale Venezia si era arricchite per secoli si stava inaridendo per la concorrenza delle rotte verso l’America che favorivano Spagna, Portogallo, Inghilterra e Olanda.

(2) Non si pensi che studiare le rovine antiche fosse così semplice. Il Brunelleschi, uno dei primi a scendere a Roma per misurare le rovine antiche, conobbe solo l’ordine corinzio e progettò solo con quello. Occorrerà attendere Leon Battista Alberti e poi il Vasari per avere un quadro più chiaro del modo di progettare degli antichi.

(3) Margaret Binotto è esperta di storia dell’arte con specializzazione per la pittura vicentina. Ha curato per Electail fondamentale LA PITTURE NEL VENETO – Il cinquecento, per il quale ha curato la provincia di Vicenza. L’elenco delle sue opere è molto vasto e se ne può leggere un estratto qui: http://www.worldcat.org/identities/lccn-n82107128/. Ha steso la relazione storico artistica su Villa Verlato presentata alla Soprintendenza.

 

Si ringrazia nuovamente l’Arch. Renzo Priante.

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La VERLATA

Dalla ” Storia di Villaverla ” del Prof. Pendin Galdino edito dal Comune di Villaverla, trascrivo alcune pagine che riguardano il nostro cognome. Si tratta della “Roggia Verlata” o anticamente “Roza Verlata”, dove roggia (fonte Wikipedia) sta a significare :

canale artificiale di portata moderata, proveniente generalmente da un corso d’acqua più ampio; è prevalentemente utilizzato per l’irrigazione e per alimentare mulini ad acqua e piccole centrali elettriche.

Avvertenza: Alcune personali aggiunte saranno evidenziate dal testo in colore rosso. Tali aggiunte non sono presenti nel testo originario del Prof. Pendin

La Verlata:

Grande importanza per la vita economica di Villaverla ha avuto specie in passato al Verlata, anche se purtroppo è stata trasformata in scarico di rifiuti e fognature. Essa, tuttavia continua, come per l’addietro, ad essere sfruttata per l’irrigazione di una buona parte della campagna di Villaverla e Novoledo.

Il suo percorso può sembrare piuttosto strano, in quanto la vediamo procedere a zig-zag specie nei dintorni di Villaverla,e dice una voce popolare, non si sa con quanta veridicità, che il suo percorso fu scavato completamente nel corso di una notte. Nessun documento prova questa affermazione, ma numerosi atti notarili conservati nell’archivio comunale di Thiene parlano dell’origine e della funzione di questa roza (ndr nel testo viene riportato rosa), fatta scavare dalla famiglia VERLA negli ultimi decenni del 1200

I più importanti, scritti in un latino spesso difficilmente decifrabile, portano la data del 1275, del 1276 e del 1282.

Il primo è un contratto fra il Sig. Marzio da Montemerlo, proprietario di un mulino a Sarcedo, e i sigg. Angelo ed Ottonello figli di Giovanni Verla, stipulato il 23 Novembre.

Per meglio comprendere i nomi qui sopra presentati, riporto un link ad un file pdf raffigurante il presumibile albero genealogico dei Verlato, composto prendendo informazioni da alcuni testi di genealogisti medievali, dalla pergamena del Notaio Celestino de’ Celestino del 1550, e da altri dati reperiti nell’Archivio di Stato di Vicenza:

Probabile inizio albero Genealogico dei Verlato

In esso (primo contratto, ndr) il Nobilis Vir Dominus Martius De Monte Merlo, per

“cento e cinquanta libbre di denaro…  e in cambio di molti e vari altri servizi che il detto Sig. Marzio aveva ricevuto e fu manifesto che aveva ricevuto nei tempi passati dai predetti fratelli sigg. Angelo e Ottonello e dal loro padre Giovanni”

s’impegna a

“condurre e far condurre abbondante acqua del fiume Astico dalle vicinanze del paese di Sarcedo attraverso la Roza, il fosso  e il Ghebo dove ora sono e macinano i molini di Sarcedo e il mulino del sig. Berardo de Bois, fino oltre il ghebo dell’Igna, venendo verso la città e dintorni di Thiene”.

Si dice che con quest’acqua potranno comodamente e sufficientemente macinare i nuovi mulini che saranno costruiti ed edificati ad opera dei predetti fratelli nelle vicinanze di Sarcedo come anche nelle vicinanze di Thiene, là dove agli stessi fratelli sembrerà più opportuno e più utile farli costruire. Il flusso dell’acqua dovrà essere tale che

” per mancanza di acqua sufficiente detti mulini ad edificarsi nuovi, mai siano impediti in nessun tempo, e possano sufficientemente e comodamente macinare”.

Inoltre il sig. Marzio promette

” di far fare e costruire o far costruire sulla Roza e sul ghebo dell’Igna sopradetta un nuovo ponte buono ed adatto, in legno o in archivolti, per il quale ponte detta acqua possa bene, comodamente e sufficientemente scorrere, essere portata e fluire verso i dintorni di Thiene”.

S’impegnò ancora lo stesso Marzio

“di fare e provvedere in tutti i modi affinchè tutto avvenga a tutto rischio e spese dello stesso sig. Marzio”

Inoltre promise e concordò con i due fratelli, i quali accettarono,

” di garantire integro ed intatto il corso d’acqua, e difenderlo e proteggerlo da tutti e contro ogni persona, e di mantenerlo efficiente in perpetuo e di provvedervi e farvi provvedere da parte sua, degli eredi e di qualunque altra persona, per custodirlo in tutti i modi e mantenerlo sempre integro e intatto… cosicchè detta acqua possa essere condotta e fluire comodamente e sufficientemente nel detto ghebo e roza per le dette vicinanze di Sarcedo, fino al di là del detto ghebo dell’Igna, nelle vicinanze di Thiene”.

roza_Verlata_1

Mappa di Giandomenico dall’Acqua del 17 Ottobre 1730

 

roza_Verlata_2

Mappa di Giandomenico dall’Acqua del 17 Ottobre 1730

Mappa datata 17 Ottobre 1730,  copiata da “altro simile ma di proporzione minore” dal perito Giandomenico Dall’Acqua su commissione di Giovanni e Francesco Caldogno ed altri signori consorti Caldogno.

Le due immagini qui presentate sono una doppia fotografia della stessa mappa,  in realtà più grande, ridotta per esigenze di visibilità. Si notano le caratteristiche  “maniculae” per dare risalto a punti particolari. Fornisce preziose indicazioni sulla suddivisione dei terreni tra le più importanti famiglie Vicentine ( Verlato, Ghellini, Capra, Porto, Caldogno) anche se bisogna tenere presente, espressamente per quanto ci riguarda, che la famiglia Verlato dopo il 1450 aveva già perso buona parte della propria importanza, avendo dovuto cedere buona parte dei feudi ai Ghellini prima, ed ad altre famiglie poi. La mappa originale è conservata in Biblioteca Bertoliana a Vicenza.

Da parte loro, poi, i due fratelli Verla s’impegnarono di condurre l’acqua dalle vicinanze di Thiene usque ad nova Villam Verlariam quae appellatur Roveredum ( fino alla nuova Villa Verlaria che si chiama Roveredum)

“attraverso quel luogo o quei luoghi per i quali sembrerà più utile e più opportuno ai due fratelli”

S’impegnarono anche a costruire un nuovo mulino

” in quel luogo o in quei luoghi dove ai detti fratelli sembrerà più conveniente per l’utilità di entrambe le parti”,

promettendo di eseguire tutto a rischio e spese loro.

Alla fine dell’atto viene poi detto testualmente:

” Promisero i detti fratelli allo stesso sig. Marzio di dividere fra sè ugualmente ogni frutto, reddito, e guadagno che in qualsiasi modo potessero ricevere ed avere dagli stessi mulini o in conseguenza di essi, in modo cioò che il detto sig. Marzio abbia una metà e gli stessi fratelli l’altra metà degli stessi redditi e guadagni”

e la stessa divisione doveva essere fatta anche per i guadagni eventualmente ricavati da altri edifici che avrebbero potuto essere costruiti lungo lo stesso corso d’acqua: silo, sega, etc etc.

Interessante è sottolineare che in questo documento troviamo chiaramente la conferma che l’antico nome del nostro paese (si parla di Villaverla, ndr) era Roveredum, mutato poi in Villaverla in seguito alla costruzione della “Villa Verlaria“, cioè della famiglia Verla. Si parla spesso di ghebo, con cui s’intende il fondo sassoso di un torrente, e di roza, termine che ancora vive nel linguaggio locale per indicare un fosso abbastanza ampio, per lo più con acqua corrente.

Tuttavia poichè la nuova Roza potesse venir scavata, non bastava giuridicamente l’accordo tra le due famiglie; era necessaria pure l’autorizzazione del comune di Thiene, spesse volte chiamato in causa nel precedente contratto, attraverso la cui giurisdizione si doveva passare. Perciò poco più di un mese dopo, il 7 Gennaio dell’anno successivo,

” in una completa, pubblica e generale riunione del Comune, della città e degli uomini di Thiene, convocata nel detto castello nel luogo opportuno, al suono della campana”

e alla presenza del Decano e dei due Consiglieri, si presenta Ottonello Verla, probabilmente il più diplomatico dei due fratelli, il quale spiega come aveva acquistato dal sig. Marzio il diritto di condurre l’acqua dall’Astico fino alle sue tenute di Villaverla, e a riprova mostra l’atto notarile del notaio Olderico fu Raimondo.

Egli dice di voler condurre l’acqua verso Thiene, e di voler costruire un nuovo mulino che sarebbe stato di grandissima utilità per il Comune

” e per gli uomini di Thiene e per coloro che abitavano e avevano i propri poderi in quella città”,

e che grande sarebbe stato il vantaggio di tutti.

Alle sue parole tutti i presenti, considerando l’utilità che i Verla ne avrebbero ricavato, ma anche il vantaggio che ne sarebbe derivato alla loro città, si dimostrarono favorevoli alla proposta, tutti eccetto uno, Giovanni Matteo figlio di Chiarello Agrengi, il quale sarebbe stato d’accordo se per il nuovo fosso fosse stata portata non l’acqua dell’ Astico, ma quella dell’Igna.

Ottonello rispose che non si doveva badare a queste sottigliezze, ma al vantaggio comune. Pertanto all’unaninità tutti acconsentirono, e ognuno rinunciò liberamente ai diritti che aveva sui luoghi per cui sarebbe passato il nuovo fosso.

Furono, tuttavia, stabilite alcune condizioni da rispettare reciprocamente, e prima di tutto Ottonello si impegnò a compiere il lavoro con la maggior competenza possibile, poi

” a costruire o far costruire in detto fosso un mulino quanto più vicino alla città di Thiene”

ed infine

” che il detto sig. Ottonello non possa nè deva nè lui nè i suoi eredi o in qualsiasi modo alienare il detto ghebo e il diritto che ha su di esso a nessuno se non al Comune e agli abitanti di Thiene”.

Il Comune si riservava, tuttavia, anche altri diritti: per otto giorni dopo Natale e otto giorni dopo Pasqua, nelle Domeniche e nelle Feste degli Apostoli, esso poteva estrarre l’acqua dal detto fosso, ma in due luoghi soltanto, a proprio vantaggio. Tuttavia non la poteva estrarre tutta: ne doveva rimanere nel letto tanta quanta ne potesse scorrere ed arrivare fino a Villaverla

” ad utilitatem hominum et bestiarum”.

Fu inoltre pattuito che

“chiunque di Thiene confina col detto ghebo nelle rive possa piantare e coltivare alberi da frutto e non da frutto… e trarre da queste piante il proprio vantaggio, purchè la proprietà del ghebo e delle rive rimanga del detto sig. Ottonello e dei suoi eredi qualora l’acqua fluisca e scorra per il detto ghebo”

Laddove, poi, il fosso veniva scavato in proprietà di persone che non avevano a che fare con il Comune di Thiene, doveva vedersela lui a suo rischio e spese.

Fu anche stabilito

” che il detto sig. Ottonello nè alcuno della sua casa, nè altri a suo nome, possa ne deva comperare il Bosco di Thiene, nè prenderlo in affitto dal sig. Ognibene di Vicario e dai suoi eredi”

e se, invece, questo dovesse accadere, tutto il territorio sarebbe stato confiscato dal comune di Thiene.

Se poi qualcuno fosse stato colto a deviare o sottrarre fraudolose l’acqua della roggia

“eccetto nei due luoghi predetti e nei giorni stabiliti, come si dice sopra, che il detto sig. Ottonello assieme col decano di detta campagna di Thiene, possa esigere dieci soldi di piccolo taglio da colui da cui trae la deviazione, e di questi soldi che la metà del danno sia del sig. Ottonello e l’altra metà del detto comune, e che l’esecuzione avvenga a spese di colui che sarà trovato nella detta deviazione”

Fu infine pattuito che

“nessuno di Thiene possa nè deva fare, o far costruire, un mulino e dei mulini nel detto ghebo”

Ottonello s’impegnava con solenne promessa a rispettare tutto e singolarmente le clausole stabilite, sotto pena di confisca dei suoi beni mobili ed immobili, presenti e futuri, con spese ed interessi a suo carico.

Quando, poi, sia iniziato lo scavo vero e proprio della roggia, che essendo stata voluta dai Verla fu detta, appunto, Verlata, non viene riferito da alcun documento, nemmeno da quello del 1282, che non è altro che l’approvazione di Palma e Adelisa, figlie ed eredi di Marzio da Monte Merlo (il quale, nel frattempo era deceduto), dell’atto firmato dal padre con Angelo ed Ottonello Verla.

Non viene detto in questo se la roggia fosse scavata o no; ma considerando il vantaggio che ne derivava ai Verla da quell’acqua specie per l’irrigazione  della loro campagna, possiamo pensare che si siano affrettati a condurla quanto prima e quindi, avendo tutte le autorizzazioni necessarie, nel corso dello stesso anno 1276.

Infine, la prima pagina del contratto manoscritto in Thiene nel 1276. L’originale è conservato negli archivi comunali.

2 copia

Pergamena del 1276 per la concessione alla famiglia VERLA della costruzione della Roggia

 

 

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Matrimoni di nobili Verlato…

Ho sempre pochissimo tempo per aggiungere contenuti al sito, ma quando posso, al mercoledì pomeriggio, vado qualche ora nell’archivio della Curia di Vicenza alla ricerca di informazioni su antenati Verlato…

Oggi ho trovato due matrimoni.

Il primo atto diceva grossomodo così (testo parzialmente aggiornato ai giorni nostri):

Oggi 07 Ottobre 1776 nell’oratorio del Gonfalone della cattedrale di Vicenza si è unito in matrimonio il nobile Signor Conte Carlo Uberto Nicolò Antonio Giuseppe Verlato, figlio del nobile Signor Conte Scipione Verlato, con la Contessa Paolina Mattarelli, figlia del nobile Signor Conte Carlo.

Il santo matrimonio è stato officiato da Monsignor Bonaventura Fadinelli con l’assistenza del curato Pietro Saccardo. Comparvero il Signor Conte Salonico Volpe del quondam (*) Conte Giulio, come procuratore del nobile Conte Giulio, come da procura del 5 Ottobre 1776 del nodaro Gaetano Flammino Tomi ed i testimoni il nobile Conte Ugolin Sesso quondam Conte Alessandro ed l’illustrissimo Signor Giulio Totosa del quondam Odorico.

Il secondo atto invece:

Il conte Carlo Verlato figlio del Conte Domenico, nostro parrocchiano in Santa Lucia si è unito, oggi 4 Luglio 1778, in matrimonio con la Contessa Claudia Felice Valle figlia del Conte Alessandro.

La cerimonia è stata celebrata nella casa delle Contessa Claudia Felice.

Testimoni furono Giuseppe Boffo di Francesco ed Antonio Mario Dominidiato detto Poggiana quondam Francesco.

Tanto per ricordare il vecchio detto vicentino:

Non ha Venezia tanti gondolieri quanti Vicenza conti e cavalieri

(*) quondam = fu. Significa che il nominato era già deceduto.

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Informazioni riguardanti la registrazione degli utenti nel sito:

Ho bloccato (perlomeno temporaneamente) la registrazione degli utenti al sito.

Si stavano iscrivendo account esteri che sicuramemente nulla hanno a che fare con i Verlato.

Avviso che non ci sono dati segreti,nessuna pagina nascosta, nessuna informazione di vitale importanza. Questo sito serve solo per mettere in contatto i Verlato nel mondo ed avvisare che dal 2005 io e qualche aiutante stiamo cercando di raggruppare gli alberi genealogici di tutti i Verlato. Ma il database dei dati non è su disco web: è perennemente work-in-progress (quindi renderlo pubblico sarebbe inutile) ed al momento è sempre molto alto il rischio che siti genealogici a pagamento copino i dati per poi rivenderli. Con la “genealogia Verlato” nessuno (nemmeno l’admin…) deve trarre guadagno !

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Io ed il ramo “Onesta”

Io sono Luca, di Angelo.

Mio nonno era Romolo.  Più di una volta mia mamma, Giuliana, ha raccontato di un timido desiderio del nonno sul darmi il nome Remo… ottenendo, quanto pare, un diniego.

Romolo, classe 1893, era nato ad Arzignano. I miei bisnonni erano Marco e Luigia Fipaldini, detta “Bieta“. Devo avere un paio di foto, in ognuna è sempre con uno strano copricapo, che assomiglia molto ad un fez… approfondirò!

La storia di Luigia è tutta da raccontare, e quando sarà il momento ed avrò l’autorizzazione pubblicherò una ricerca eseguita da un Fipaldini qui in Vicenza. Da quanto avevo sentito deve essere stata “una tipa con le p@lle“, un pò come la nonna Bruna Gaspari: autonoma, ribelle agli ordini, discretamente testarda.

I trisnonni non li avevo mai sentiti nominare… o forse prima che mancasse il nonno (1978) o ero ancora troppo piccolo oppure avevo altri interessi. Credo sia la seconda… Comunque erano Giovanni e Giovanna Peretti.

I quadrisnonni hanno, a mio parere, condizionato il “ramo genealogico”: il nostro è definito “Verlato Onesta” ed ho sempre sentito varie opinioni sul perchè di tale soprannome… finchè, analizzando i documenti presenti nell’archivio della parrocchia di Castello di Arzignano ho notato che il quadrisnonno Marco era morto molto giovane, nel 1828, a 45 anni. La moglie era Onesta Farina e si erano sposati nel 1807 a Sovizzo. I Verlato in Arzignano erano già tanti: tra fratelli e sorelle erano in 9. Contemporaneamente c’erano almeno altri 4, forse 5 rami… Marco e Onesta ebbero 10 figli, anche se qualcuno morì in tenera età.

Perchè condizionamento del ramo?

Vista la quantità di Verlati, presumo che se ad un Verlato figlio/a di Marco ed Onesta, scorazzante per Tezze di Arzignano, gli fosse stato chiesto:

“di chi sei tu?”

nessuna risposta potrebbe essere stata più plausibile di

“de l’Onesta” ?

Il nostro soprannome deriva da lì, ne sono quasi certo.

Un fratello del quadrisnonno, Domenico, dopo essere rimasto vedovo di Filomena Nardello, (morta dando alla luce Francesca Verlato, morta anch’essa subito), si risposò con Pasqua Neri. Nel 1903 un loro figlio, Francesco, a 20 anni emigò negli USA. Domenico morì ad Arzignano e Pasqua di conseguenza emigrò pure lei.

Francesco, detto poi Frank, ha dato origine ad un ramo che si divise tra il Connecticut e l’Arizona. Non ho molte informazioni perchè quelli presumo siano i nipoti non hanno mai risposto alle mie “suppliche” … Pazienza. Stimo che i cognomi siano Dimatthia, Morzella, Palin, Febbroriello, oltre ovviamente, a Verlato.

Non ho ancora completato il ricongiungimento di alcuni alberi dei fratelli del quadrisnonno, ma posso dire che le sorelle sposarono Agostini, Conterno, Cadin e Peretti.

Per i maschi, come ho detto, ho qualche difficoltà mancando la collimazione di alcune date. bisogna infatti tenere presente che all’epoca vigeva praticamente l’autocertificazione: quando nasceva un figlio, dichiaravano quando si erano sposati e quanti anni avevano… ma certamente avevano qualche problemino con i numeri…  oppure con la memoria.

I trisnonni, Giovanni e Giovanna, ebbero invece solo tre figli. Onesta morì a soli 15 anni. Rosa, classe 1863, morì a 53 anni, ma non ho ancora trovato se si sposò e se ebbe figli.

Marco e Luigia, i bisnonni, ebbero 12 figli, ma solo 6 raggiunsero l’età di fare una famiglia. Nella foto visibile cliccando nel numero 6, qui sopra, li vedete tutti al matrimonio di mio padre e mia madre, visibili nella foto seguente se cliccate nel fotoalbum. Dei 6 frateli parlerò nella prossima puntata…

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Ciao Verlati !!

Benvenuti!

E’ il nuovo sito.

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