La VERLATA

Dalla ” Storia di Villaverla ” del Prof. Pendin Galdino edito dal Comune di Villaverla, trascrivo alcune pagine che riguardano il nostro cognome. Si tratta della “Roggia Verlata” o anticamente “Roza Verlata”, dove roggia (fonte Wikipedia) sta a significare :

canale artificiale di portata moderata, proveniente generalmente da un corso d’acqua più ampio; è prevalentemente utilizzato per l’irrigazione e per alimentare mulini ad acqua e piccole centrali elettriche.

Avvertenza: Alcune personali aggiunte saranno evidenziate dal testo in colore rosso. Tali aggiunte non sono presenti nel testo originario del Prof. Pendin

La Verlata:

Grande importanza per la vita economica di Villaverla ha avuto specie in passato al Verlata, anche se purtroppo è stata trasformata in scarico di rifiuti e fognature. Essa, tuttavia continua, come per l’addietro, ad essere sfruttata per l’irrigazione di una buona parte della campagna di Villaverla e Novoledo.

Il suo percorso può sembrare piuttosto strano, in quanto la vediamo procedere a zig-zag specie nei dintorni di Villaverla,e dice una voce popolare, non si sa con quanta veridicità, che il suo percorso fu scavato completamente nel corso di una notte. Nessun documento prova questa affermazione, ma numerosi atti notarili conservati nell’archivio comunale di Thiene parlano dell’origine e della funzione di questa roza (ndr nel testo viene riportato rosa), fatta scavare dalla famiglia VERLA negli ultimi decenni del 1200

I più importanti, scritti in un latino spesso difficilmente decifrabile, portano la data del 1275, del 1276 e del 1282.

Il primo è un contratto fra il Sig. Marzio da Montemerlo, proprietario di un mulino a Sarcedo, e i sigg. Angelo ed Ottonello figli di Giovanni Verla, stipulato il 23 Novembre.

Per meglio comprendere i nomi qui sopra presentati, riporto un link ad un file pdf raffigurante il presumibile albero genealogico dei Verlato, composto prendendo informazioni da alcuni testi di genealogisti medievali, dalla pergamena del Notaio Celestino de’ Celestino del 1550, e da altri dati reperiti nell’Archivio di Stato di Vicenza:

Probabile inizio albero Genealogico dei Verlato

In esso (primo contratto, ndr) il Nobilis Vir Dominus Martius De Monte Merlo, per

“cento e cinquanta libbre di denaro…  e in cambio di molti e vari altri servizi che il detto Sig. Marzio aveva ricevuto e fu manifesto che aveva ricevuto nei tempi passati dai predetti fratelli sigg. Angelo e Ottonello e dal loro padre Giovanni”

s’impegna a

“condurre e far condurre abbondante acqua del fiume Astico dalle vicinanze del paese di Sarcedo attraverso la Roza, il fosso  e il Ghebo dove ora sono e macinano i molini di Sarcedo e il mulino del sig. Berardo de Bois, fino oltre il ghebo dell’Igna, venendo verso la città e dintorni di Thiene”.

Si dice che con quest’acqua potranno comodamente e sufficientemente macinare i nuovi mulini che saranno costruiti ed edificati ad opera dei predetti fratelli nelle vicinanze di Sarcedo come anche nelle vicinanze di Thiene, là dove agli stessi fratelli sembrerà più opportuno e più utile farli costruire. Il flusso dell’acqua dovrà essere tale che

” per mancanza di acqua sufficiente detti mulini ad edificarsi nuovi, mai siano impediti in nessun tempo, e possano sufficientemente e comodamente macinare”.

Inoltre il sig. Marzio promette

” di far fare e costruire o far costruire sulla Roza e sul ghebo dell’Igna sopradetta un nuovo ponte buono ed adatto, in legno o in archivolti, per il quale ponte detta acqua possa bene, comodamente e sufficientemente scorrere, essere portata e fluire verso i dintorni di Thiene”.

S’impegnò ancora lo stesso Marzio

“di fare e provvedere in tutti i modi affinchè tutto avvenga a tutto rischio e spese dello stesso sig. Marzio”

Inoltre promise e concordò con i due fratelli, i quali accettarono,

” di garantire integro ed intatto il corso d’acqua, e difenderlo e proteggerlo da tutti e contro ogni persona, e di mantenerlo efficiente in perpetuo e di provvedervi e farvi provvedere da parte sua, degli eredi e di qualunque altra persona, per custodirlo in tutti i modi e mantenerlo sempre integro e intatto… cosicchè detta acqua possa essere condotta e fluire comodamente e sufficientemente nel detto ghebo e roza per le dette vicinanze di Sarcedo, fino al di là del detto ghebo dell’Igna, nelle vicinanze di Thiene”.

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Mappa di Giandomenico dall’Acqua del 17 Ottobre 1730

 

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Mappa di Giandomenico dall’Acqua del 17 Ottobre 1730

Mappa datata 17 Ottobre 1730,  copiata da “altro simile ma di proporzione minore” dal perito Giandomenico Dall’Acqua su commissione di Giovanni e Francesco Caldogno ed altri signori consorti Caldogno.

Le due immagini qui presentate sono una doppia fotografia della stessa mappa,  in realtà più grande, ridotta per esigenze di visibilità. Si notano le caratteristiche  “maniculae” per dare risalto a punti particolari. Fornisce preziose indicazioni sulla suddivisione dei terreni tra le più importanti famiglie Vicentine ( Verlato, Ghellini, Capra, Porto, Caldogno) anche se bisogna tenere presente, espressamente per quanto ci riguarda, che la famiglia Verlato dopo il 1450 aveva già perso buona parte della propria importanza, avendo dovuto cedere buona parte dei feudi ai Ghellini prima, ed ad altre famiglie poi. La mappa originale è conservata in Biblioteca Bertoliana a Vicenza.

Da parte loro, poi, i due fratelli Verla s’impegnarono di condurre l’acqua dalle vicinanze di Thiene usque ad nova Villam Verlariam quae appellatur Roveredum ( fino alla nuova Villa Verlaria che si chiama Roveredum)

“attraverso quel luogo o quei luoghi per i quali sembrerà più utile e più opportuno ai due fratelli”

S’impegnarono anche a costruire un nuovo mulino

” in quel luogo o in quei luoghi dove ai detti fratelli sembrerà più conveniente per l’utilità di entrambe le parti”,

promettendo di eseguire tutto a rischio e spese loro.

Alla fine dell’atto viene poi detto testualmente:

” Promisero i detti fratelli allo stesso sig. Marzio di dividere fra sè ugualmente ogni frutto, reddito, e guadagno che in qualsiasi modo potessero ricevere ed avere dagli stessi mulini o in conseguenza di essi, in modo cioò che il detto sig. Marzio abbia una metà e gli stessi fratelli l’altra metà degli stessi redditi e guadagni”

e la stessa divisione doveva essere fatta anche per i guadagni eventualmente ricavati da altri edifici che avrebbero potuto essere costruiti lungo lo stesso corso d’acqua: silo, sega, etc etc.

Interessante è sottolineare che in questo documento troviamo chiaramente la conferma che l’antico nome del nostro paese (si parla di Villaverla, ndr) era Roveredum, mutato poi in Villaverla in seguito alla costruzione della “Villa Verlaria“, cioè della famiglia Verla. Si parla spesso di ghebo, con cui s’intende il fondo sassoso di un torrente, e di roza, termine che ancora vive nel linguaggio locale per indicare un fosso abbastanza ampio, per lo più con acqua corrente.

Tuttavia poichè la nuova Roza potesse venir scavata, non bastava giuridicamente l’accordo tra le due famiglie; era necessaria pure l’autorizzazione del comune di Thiene, spesse volte chiamato in causa nel precedente contratto, attraverso la cui giurisdizione si doveva passare. Perciò poco più di un mese dopo, il 7 Gennaio dell’anno successivo,

” in una completa, pubblica e generale riunione del Comune, della città e degli uomini di Thiene, convocata nel detto castello nel luogo opportuno, al suono della campana”

e alla presenza del Decano e dei due Consiglieri, si presenta Ottonello Verla, probabilmente il più diplomatico dei due fratelli, il quale spiega come aveva acquistato dal sig. Marzio il diritto di condurre l’acqua dall’Astico fino alle sue tenute di Villaverla, e a riprova mostra l’atto notarile del notaio Olderico fu Raimondo.

Egli dice di voler condurre l’acqua verso Thiene, e di voler costruire un nuovo mulino che sarebbe stato di grandissima utilità per il Comune

” e per gli uomini di Thiene e per coloro che abitavano e avevano i propri poderi in quella città”,

e che grande sarebbe stato il vantaggio di tutti.

Alle sue parole tutti i presenti, considerando l’utilità che i Verla ne avrebbero ricavato, ma anche il vantaggio che ne sarebbe derivato alla loro città, si dimostrarono favorevoli alla proposta, tutti eccetto uno, Giovanni Matteo figlio di Chiarello Agrengi, il quale sarebbe stato d’accordo se per il nuovo fosso fosse stata portata non l’acqua dell’ Astico, ma quella dell’Igna.

Ottonello rispose che non si doveva badare a queste sottigliezze, ma al vantaggio comune. Pertanto all’unaninità tutti acconsentirono, e ognuno rinunciò liberamente ai diritti che aveva sui luoghi per cui sarebbe passato il nuovo fosso.

Furono, tuttavia, stabilite alcune condizioni da rispettare reciprocamente, e prima di tutto Ottonello si impegnò a compiere il lavoro con la maggior competenza possibile, poi

” a costruire o far costruire in detto fosso un mulino quanto più vicino alla città di Thiene”

ed infine

” che il detto sig. Ottonello non possa nè deva nè lui nè i suoi eredi o in qualsiasi modo alienare il detto ghebo e il diritto che ha su di esso a nessuno se non al Comune e agli abitanti di Thiene”.

Il Comune si riservava, tuttavia, anche altri diritti: per otto giorni dopo Natale e otto giorni dopo Pasqua, nelle Domeniche e nelle Feste degli Apostoli, esso poteva estrarre l’acqua dal detto fosso, ma in due luoghi soltanto, a proprio vantaggio. Tuttavia non la poteva estrarre tutta: ne doveva rimanere nel letto tanta quanta ne potesse scorrere ed arrivare fino a Villaverla

” ad utilitatem hominum et bestiarum”.

Fu inoltre pattuito che

“chiunque di Thiene confina col detto ghebo nelle rive possa piantare e coltivare alberi da frutto e non da frutto… e trarre da queste piante il proprio vantaggio, purchè la proprietà del ghebo e delle rive rimanga del detto sig. Ottonello e dei suoi eredi qualora l’acqua fluisca e scorra per il detto ghebo”

Laddove, poi, il fosso veniva scavato in proprietà di persone che non avevano a che fare con il Comune di Thiene, doveva vedersela lui a suo rischio e spese.

Fu anche stabilito

” che il detto sig. Ottonello nè alcuno della sua casa, nè altri a suo nome, possa ne deva comperare il Bosco di Thiene, nè prenderlo in affitto dal sig. Ognibene di Vicario e dai suoi eredi”

e se, invece, questo dovesse accadere, tutto il territorio sarebbe stato confiscato dal comune di Thiene.

Se poi qualcuno fosse stato colto a deviare o sottrarre fraudolose l’acqua della roggia

“eccetto nei due luoghi predetti e nei giorni stabiliti, come si dice sopra, che il detto sig. Ottonello assieme col decano di detta campagna di Thiene, possa esigere dieci soldi di piccolo taglio da colui da cui trae la deviazione, e di questi soldi che la metà del danno sia del sig. Ottonello e l’altra metà del detto comune, e che l’esecuzione avvenga a spese di colui che sarà trovato nella detta deviazione”

Fu infine pattuito che

“nessuno di Thiene possa nè deva fare, o far costruire, un mulino e dei mulini nel detto ghebo”

Ottonello s’impegnava con solenne promessa a rispettare tutto e singolarmente le clausole stabilite, sotto pena di confisca dei suoi beni mobili ed immobili, presenti e futuri, con spese ed interessi a suo carico.

Quando, poi, sia iniziato lo scavo vero e proprio della roggia, che essendo stata voluta dai Verla fu detta, appunto, Verlata, non viene riferito da alcun documento, nemmeno da quello del 1282, che non è altro che l’approvazione di Palma e Adelisa, figlie ed eredi di Marzio da Monte Merlo (il quale, nel frattempo era deceduto), dell’atto firmato dal padre con Angelo ed Ottonello Verla.

Non viene detto in questo se la roggia fosse scavata o no; ma considerando il vantaggio che ne derivava ai Verla da quell’acqua specie per l’irrigazione  della loro campagna, possiamo pensare che si siano affrettati a condurla quanto prima e quindi, avendo tutte le autorizzazioni necessarie, nel corso dello stesso anno 1276.

Infine, la prima pagina del contratto manoscritto in Thiene nel 1276. L’originale è conservato negli archivi comunali.

2 copia

Pergamena del 1276 per la concessione alla famiglia VERLA della costruzione della Roggia

 

 

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1 risposta a La VERLATA

  1. admin scrive:

    da un articolo di Umberto Todeschini, Sarcedo:

    Marzio da Montemerlo.

    Alcuni storici sostengono che Marzio (Marcio) discenda dai Conti di Rovolon, nei colli Euganei, a loro volta imparentati con i Conti da Baone. Egli fu un coraggioso uomo d’armi vissuto nel periodo in cui a Padova, con la tirannia di Ezzelino III da Romano, furono commesse diverse atrocità e delitti contro la chiesa, compreso l’impedimento dell’elezione del Vescovo.
    Le battaglie del 1256, che portarono alla liberazione di Padova, e del 1258, nei dintorni di Cittadella dove i nemici della Chiesa, Ezzeliniani e Tedeschi vennero sconfitti, misero in luce coraggio e bravura del giovane capitano Marcio da Montemerlo.
    Dopo la morte di Ezzelino III nel 1259 Marcio (ed Beroardo dei Maltraversi, conte di Vicenza) fu investito dal Vescovo di Vicenza del feudo di Bassano, di Angarano e di Cartigliano. Il Vescovo Bartolomeo aveva infatti fretta di recuperare tutti i diritti feudali sulle terre Bassanesi e solo contando sulla forza e sull’importanza dei due conti poteva raggiungere lo scopo.
    A Marcio e Beroardo fu riconosciuto il dominio sui castelli di Bassano e di Angarano, potendo così avvalersi delle imposte, dell’esazione dei dazi e di altri tributi, compresa la raccolta delle decime per il clero.
    Non vi sono documenti riguardanti il territorio di Sarcedo, ma è certo che anche quello fu loro assegnato, o meglio a Marcio ed al conte Alberto Maltraverso figlio di Beroardo (che aveva all’epoca solo 13 anni) visto che prima concesse nel 1275 il diritto di scavo e nel 1284 gli eredi di Marcio venderanno alcune terre, sempre ai Verla.
    Non risultano figli maschi di Marcio, perchè in un atto notarile del 1282 vengono nominate solo le due sue figlie Palme ed Aldeita. E doveva già essere morto, visto che nello statuto di Padova del 1278 nell’elenco dei nobili e delle ville a loro soggette sono nominate come figlie del fu Marcio da Montemerlo.
    La più anziana delle due, Palma, era moglie di Giovanni Forzatè, importante uomo di Padova e fratello del Vescovo Giordano Forzatè. In casa di Giovanni, nel 1282, fu concordato un patto tra le due sorelle, il conte alberto Maltraverso e suo padre Beroardo (figlio a suo volta del fu conte di Vicenza Guidone). Tra le cose pattuite, la riconferma degli accordi del 1275 tra Marcio ed i fratelli Angelo ed Ottonello Verla, con l’acquisto da parte di Alberto e Beroardo della metà dei proventi dell’acqua, dei mulini, dei folli e delle seghe che fossero installati nella roggia Verlata.
    Nella stessa casa di Giovanni il 21 Novembre del 1284 venne stipulato un contratto di vendita riguardante beni posti a Sarcedo, Bodo e Thiene.
    Le due sorelle Palma ed Aldeita vendettero, per il prezzo di 3450 libbre di denari veronesi, ai fratelli Ottonello ed Angelo (figli di Giovanni Verla) ed ai fratelli Galvano e Giacomo (figli di Negro Verla, e quindi nipoti di Giovanni Verla), molti beni e possessioni a Thiene, Sarcedo e Bodo, assieme ai servi ed alla masnade che erano precedentemente in servizio al signore di Sarcedo, oltre alla metà dei castelli e della mariganza (il diritto di amministrare) delle ville di Sarcedo e di Bodo.
    Per riferimenti vedere https://www.verlato.org/wp-content/uploads/2013/08/storia_bodo.pdf

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